мафия
- Noè Cacciapuoti
- 23 apr 2022
- Tempo di lettura: 13 min
A cura di Roberto Sgambati

La caduta dell’Unione Sovietica, formalizzata il 25 dicembre 1991 in un breve discorso televisivo dall’allora Presidente Mikhail Gorbačëv, rappresenta uno degli eventi cruciali e dirompenti del secolo scorso, coincidente con un cambio di rotta dal punto di vista politico, oltre che ideologico, storico ed economico. Il crollo dell’URSS avvenne in un contesto di totale caos normativo ed economico. In mancanza di una adeguata regolamentazione di tale transizione, si dovette assistere a uno sfaldamento totale del tessuto politico, normativo e istituzionale che aveva dominato per più di settant’anni. Spesso, è proprio dal caos che nascono nuovi assetti di potere. Ed è proprio nel caos della dissoluzione sovietica che emerse la nuova figura dell’oligarca, che tutt’ora riveste una notevole importanza nella società russa, disponendo di immensi capitali, ed essendo spesso, ai vertici di settori strategici dell’economia nazionale. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di scaltri imprenditori riusciti ad arricchirsi dopo essersi inseriti negli spazi lasciati aperti dalla transizione verso l’economia di mercato.

Molti fecero fortuna grazie all’arbitraggio degli scambi tra il mercato post-sovietico e quello occidentale, comprando beni nel mercato ove costassero di meno, e rivendendoli dove costassero di più. Allo stesso tempo, le possibilità di arricchirsi passavano anche attraverso la privatizzazione delle grandi imprese a controllo statale. Le banche controllate dagli oligarchi iniziarono a concedere prestiti al governo di Mosca, che dimostratosi insolvente, dovette cedere le quote di partecipazione nelle grandi imprese statali, poste a garanzia dei prestiti. Gli acquirenti, solitamente personalità vicine agli oligarchi, riuscivano ad acquisire nel corso di aste manipolate, intere partecipazioni societarie al ribasso. Questo meccanismo fu alla base dell’acquisizione della compagnia petrolifera Yukos da parte dell’oligarca Mikhail Khodorkovsky.
In poco tempo, lo spazio post-sovietico vide l’emergere di una nuova casta di figure che, grazie alle risorse finanziarie a disposizione e al controllo di settori chiave strategici dell’economia, avevano gli strumenti per influenzare la politica della neonata Federazione Russa. Questo accadde soprattutto nel decennio di governo Eltsin, durante il quale gli oligarchi seppero influenzare le decisioni politiche tirando la leva – tra le altre – del sostegno finanziario alle campagne elettorali. Yukos – compagnia petrolifera di Khodorkovsky - in particolare, ricevette - secondo V. A. Rybakov - in cambio agevolazioni fiscali per un importo totale di 5,5 trilioni di rubli. Nel dicembre del 1998, la società cipriota Asirota Limited, azionista di minoranza di Tomskneft, a sua volta controllata di Yukos, sporse denuncia contro la stessa Yukos, sostenendo che questa vendeva petrolio a prezzi inferiori alla media, e che stesse trasferendo i propri profitti in località a tassazione estremamente favorevole.
Secondo il quotidiano Novaya Gazeta l’alleanza Rosprom – Yukos avrebbe inventato uno schema che gli ha permesso, senza sforzi, di chiudere i propri debiti con lo stato, evitando sanzioni. Questa truffa è stata scoperta dall'ufficio del pubblico ministero della regione di Volgograd. Per attuare lo schema, sono stati registrati debiti fittizi del Ministero delle Finanze della Federazione Russa nei confronti dell'amministrazione di alcune regioni del paese, e debiti fittizi delle stesse regioni nei confronti di una delle controllate di Rosprom - Yukos. Tale meccanismo ha permesso alle amministrazioni regionali di ricevere fondi dal bilancio federale, il quale li ha inviati a Yukos, che in questo modo è riuscita a pagare gratuitamente i propri debiti nei confronti dello Stato.
LA RED MAFIA
Anche se molti considerano la nascita della mafija una conseguenza del crollo dell’URSS e dell’accesso al mercato libero, in realtà essa affonda le proprie radici - quale tradizione criminale – nella Russia imperiale, in cui tutto apparteneva alla figura dello zar. Pertanto, delinquere, e rubare più nello specifico, costituiva una prima forma di ribellione nei confronti di un regime oppressivo. La mafia russa è emersa grazie a uomini che hanno saputo sfruttare con intelligenza e ferocia le nuove opportunità, ma anche perché ha alle spalle una struttura fatta di strutture e di regole con cui dominare nel Grande Disordine. È sempre questo che fa crescere le mafie, il vuoto di potere, la debolezza, il marcio di uno Stato a raffronto con un’organizzazione che offre e rappresenta ordine. Le organizzazioni russe sono state temprate dalla repressione staliniana, che ammassò nei gulag migliaia di delinquenti e dissidenti politici. È lì che nasce la società dei Vory v zakone, che in pochi anni arrivarono a gestire tutta l’Urss. Un’ origine che quindi non ha niente in comune con le organizzazioni italiane.
Eppure, la caratteristica principale che ha permesso loro di sopravvivere e prosperare è la stessa, la regola. La regola ha tante declinazioni e si esplicita in riti e mitologie, si concretizza in precetti da seguire alla lettera per essere considerato un degno affiliato dell’organizzazione e stabilisce come entrare a farne parte. Tutto è codificato e tutto vive dentro la regola. L’onore e la fedeltà accomunano il camorrista e il vor, così come la sacralità di alcuni gesti e l’amministrazione della giustizia interna. Simile è anche l’evoluzione del comportamento e l’apertura verso la modernità. Se un tempo un vor era un asceta che rifuggiva ogni godimento terreno e ogni imposizione, al punto da farsi fare dei tatuaggi sulle ginocchia, a significare che mai si sarebbe inginocchiato davanti alle autorità, oggi il lusso e l’ostentazione sono concessi.
Durante l’epoca Brežnev sfruttarono la pesante stagnazione dell’economia comunista e crearono un impressionante mercato nero. La mafija poteva esaudire tutti desideri di chi poteva permetterseli. I direttori di ristoranti e negozi, i dirigenti delle aziende statali, i funzionari del governo e i politici, tutti trafficavano. Dal cibo alle medicine, ogni bene era trattato sul mercato nero. I vory reperivano ciò che era vietato al popolo in nome del socialismo e portavano nelle case dei dirigenti del Partito i beni dello “sporco capitalismo”. Così si è stretta un’alleanza tra nomenklatura e criminalità organizzata, destinata ad avere enormi conseguenze. In epoca comunista i vory lavoravano fianco a fianco con l’élite dell’Unione Sovietica, esercitando la loro influenza su ogni angolo dell’apparato statale.
La caduta del comunismo lasciò un abisso economico, morale e sociale che la mafija fu pronta a riempire. I responsabili politici commisero un errore fatale nel tentativo di sviluppare un'economia di mercato, prima ancora di creare una società civile in cui un libero mercato potesse regolarmente funzionare. Di conseguenza, la fine dell'Unione Sovietica si trasformò presto, in una corsa per il controllo delle risorse disponibili, tra cui industrie, banche e strutture di difesa. Allo stesso tempo, generazioni di persone senza lavoro, senza soldi, alla fame spesso in senso letterale, furono arruolate come manovalanze dalle organizzazioni russe nelle proprie legioni.
Ex membri del Kgb e funzionari del governo sovietico misero i loro conti bancari e i loro contatti al servizio delle attività del crimine organizzato, inclusi traffico di droga e di armi. Con l’entrata in vigore di una nuova legge nel settore bancario, nuove banche spuntarono come funghi. Per i mafiosi non occorreva più corrompere i dirigenti dei vecchi istituti. Con i soldi, che non mancavano, e qualche prestanome, potevano aprire una banca, sistemandovi amici e parenti, inclusa gente di poco uscita dal carcere. Infine, durante la fase di privatizzazione che doveva dare a tutti i cittadini una quota di partecipazione delle imprese sovietiche, dai colossi energetici agli hotel di Mosca, il valore delle azioni distribuite era basso per chi danaro e potere già li aveva, enorme per chi non sapeva come procurarsi il minimo indispensabile, pertanto, la povera gente le rivendeva anche a un prezzo inferiore al loro valore a chi potette approfittarne, rafforzando l’élite di manager e burocrati ex sovietici e mafiosi. Quello tra mafija e governo era un rapporto simbiotico che durò a lungo e che funzionava. La mafija era ovunque. La mafija era diventata lo Stato. Secondo gli investigatori, nel 1992 più della metà dei gruppi criminali del paese aveva legami con il governo.
Pertanto, la mafija non è solo una minaccia esterna posta al governo, piuttosto è integrata nello stato stesso. Nella Russia moderna, lo "Stato" è ancora caratterizzato dalla stessa struttura di potere verticale di origine sovietica, assetto che si presta bene agli schemi di corruzione perpetuati all’interno delle istituzioni stesse. I boss russi godono di protezioni politiche, hanno il controllo di nomine e assunzioni pubbliche. I gruppi sono sempre più organizzati. Le organizacija sono dotate di una struttura flessibile. Ogni gang ha una sua struttura verticistica, dotata di leadership e potere direttivo. Tuttavia, gli assetti interni ad essa - di cui sono dotate organizzazioni come Cosa Nostra – non sono estremamente rigidi, bensì costituiscono una modalità di agire “fluida”, in grado di operare autonomamente, senza il necessario consenso dei leader, purché siano perseguite finalità non confliggenti con gli interessi criminali degli altri membri. Ogni clan ha un obštšak, una cassa comune in cui confluisce una percentuale dei proventi dei crimini, che verrà utilizzata per coprire le spese dei vory che finiscono in carcere o per pagare mazzette a politici e poliziotti corrotti. Alle loro dipendenze hanno soldati, eserciti di avvocati e abilissimi broker.
Nonostante l'ingresso in settori come le frodi bancarie e le aste, con l’intenzione di acquisire ex imprese statali - approfittando del periodo di privatizzazione post-sovietico - la violenza è rimasta un punto fermo delle organizacija. La mafija detiene un curriculum criminale assai variegato, comprendendo ogni tipo di attività illegale esistente.
Al suo interno, essa si costituisce di molteplici organizzazioni criminali operative in territorio transnazionale, oltre che nazionale. Contrariamente a quanto si pensi, con la parola mafija non si fa riferimento a un'organizzazione coesa, bensì a una rete libera di gruppi criminali autonomi. Cosa condividono questi gruppi disparati, oltre alle loro radici sovietiche? Sicuramente la passione per qualsiasi attività criminale remotamente redditizia, dalla tratta di esseri umani alla prostituzione, fino al riciclaggio di denaro, traffico di droghe, contrabbando di armi e frode, diversamente da altri gruppi criminali internazionali, come Cosa Nostra italiana, o i cartelli messicani, specializzati in specifici settori del crimine. Il core business della mafija è la “protezione”, che negli anni Novanta assume proporzioni che non hanno più nulla a che fare con il pizzo nostrano.
Difatti, all'interno del Paese, le imprese trovano quasi impossibile operare senza pagare l’estorsione. Spesso, queste pagano dal 10% al 60% del loro reddito, al lordo delle imposte, a vari gruppi criminali. Secondo l’FBI, la catena austriaca Julius Meinl pagherebbe cinquantamila dollari al mese per gestire i suoi supermercati in Russia. Inoltre, è importante ricordare l’episodio che vide coinvolta Coca-Cola, la quale dichiarò pubblicamente che cedere ai ricatti non fosse la sua politica, ricevendo, l’indomani, una visita con mitra e lanciagranate alle porte della sua nuova fabbrica vicino Mosca, assalto in cui furono ferite gravemente due guardie giurate. L’azienda presentò denuncia alle autorità russe, ma il caso rimase irrisolto. Secondo l’Interpol altre multinazionali bersagliate sarebbero Ibm, Philip Morris, Cadbury, Mars e Hersey’s.
SOLNCEVSKAJA BRATVA
Solncevo, è un quartiere operaio che le autorità sovietiche decisero di costruire nel 1983. Avevano il senso dell’umorismo, le autorità. Solnce in russo significa “sole”, ma a Solncevo la luce va a cozzare contro i palazzi ed è l’ombra che regna incontrastata. È qui che nata la Solncevskaja bratva, la fratellanza di Solncevo, il cui fondatore sarebbe Sergej Michajlov, detto “Mikhas”, nativo del quartiere.
Con un passato diviso tra lavoretti e piccole frodi che gli fanno sfiorare il carcere, negli anni Ottanta Mikhas sfrutta il suo amore per la lotta e chiama a raccolta tutti quelli che condividono questa passione. Nel frattempo, viene arrestato due volte, una per estorsione e un’altra per l’assassinio del proprietario di un casinò. Ma, causa assenza di prove, non viene mai condannato. Nel 1984 viene condannato per aver frodato l’assicurazione e trascorre diversi mesi in carcere. Condannato con la condizionale, torna a Solncevo dove apre club e organizzazioni sportive in cui recluta giovani lottatori violenti e disoccupati. Insieme a un compagno di cella, Viktor Averin, dà vita a una banda, che chiama – per l’appunto - col nome del suo quartiere. È solo con l’arrivo della nuova libertà post-sovietica che la Solncevo comincia a crescere.
Per difendersi da una gang di ceceni, nel 1989 l’organizzazione si fonde con la Orechovskaja, anch’essa composta principalmente da sportivi e lottatori, e capeggiato da Sergej Timofeev, soprannominato “Sil’vestr” – da Sylvester Stallone – per via dei suoi muscoli. Così rafforzata, la Solncevskaja diventa l’organizacija più potente nata dalle ceneri dell’Unione sovietica. Un rapporto dell’Fbi la descrive come l’organizzazione criminale eurasiatica più potente del mondo quanto a patrimonio, influenza e controllo di risorse finanziarie. La bratva – la più numerosa in Russia – conterebbe dai 5000 ai 9000 affiliati. Il gruppo è costituito da almeno dieci brigady – in italiano, brigate – che operano sotto il collettivo di Solncevo. La polizia russa ritiene che l’organizzazione controlli diverse banche e un centinaio di piccole e medie imprese. Benché si sappia pochissimo dei meccanismi interni al gruppo, alcuni ex affiliati – tra questi Leonid Roitman – hanno dichiarato che esso è governato da un consiglio di dodici persone che si incontrano regolarmente in diverse parti del mondo in occasione di feste e matrimoni, mascherando in questo modo la vera ragione degli incontri. In base alle possibilità d’infiltrazione criminale offerte dai diversi contesti regionali e locali in cui la Solncevo va a operare, le attività possono essere molteplici. Le operazioni finanziarie non sono certamente le uniche attività illegali della fratellanza. Il settore petrolifero e il traffico di armi rappresentano i due fondamentali campi d’azione della Solncevo, infiltratasi grazie alle lacune statali createsi nel passaggio al nuovo sistema politico, e alle capacità imprenditoriali di Semion Mogilevich. Originario di Kiev, nonostante il cuore dei suoi affari illeciti si concentri tra Budapest e Mosca, l’uomo d’affari ucraino risulta nella lista dei Most Wanted dell’FBI ed è noto anche come “The Brainy Don”, il boss dal cervello fine. Nei primi anni Ottanta, entrò a far parte della bratva, dopo aver compiuto una serie di truffe nei confronti degli ebrei russi che decidevano di emigrare in Palestina per scampare alle persecuzioni del regime sovietico.
Mogilevich è ad oggi uno dei principali trafficanti di armi, droga e materiale nucleare presenti nell’Europa dell’Est e il più strategico partner d’affari della mafia russa. Tra il 1997 e 1998, la presenza di Mikhas, Mogilevich e altri affiliati con la mafia russa dietro la società pubblica, YBMMagnex International Inc., hanno fatto transazioni commerciali alla Borsa di Toronto. Nel 1998, un rapporto dell’FBI lo definì “un ingranaggio importante nella macchina della Solntsevskaya, in particolare per quanto riguarda la creazione di canali per il riciclaggio del denaro sporco. All’epoca, approfittando della labile legislazione nazionale, era molto semplice per i narcos far entrare fondi neri in Ucraina attraverso società offshore. Del resto, gli stessi analisti dell’FBI hanno riconosciuto a Mogilevich una certa abilità ad aprire e chiudere aziende di facciata al fine di compiere speculazioni finanziarie.
Oltre che ad avere un ruolo chiave nel riciclaggio dei capitali e ad essere stato accusato di aver avuto un ruolo nello scandalo della Bank of New York. Mogilevich ha una forte influenza sul settore energetico dell'Europa, oltre ad avere il controllo sui gasdotti che attraversano la Russia e l'Europa orientale. È stato accusato di essere socio occulto della EuralTransGas, una torbida società che per alcuni tempi ha gestito con Gazprom la fornitura di gas dal Turkmenistan all’Ucraina. Questa società era il principale intermediario per il commercio di gas tra Ucraina e Turkmenistan. Mogilevich era il cervello dietro il funzionamento dell'azienda.
L'ALLEANZA DEL GAS
Cos’è che ha permesso nei decenni passati che si creasse la grande alleanza politica russo-ucraina delegandola nelle mafie? La risposta è il gas. La società di intermediazione di gas, RosUkrEnergo (RUE), con sede in Svizzera, partecipata per il 50% da Gazprom, trasportava il gas dal Turkmenistan alla Naftogaz, la società nazionale ucraina di petrolio e gas. Questa doveva comprare esclusivamente da RUE e doveva vendere il gas solo in Ucraina.

La RosUkrEnerg vendeva il gas all’Ucraina a un prezzo più alto rispetto a quello di mercato, e informalmente, obbligando a cederlo gratuitamente alle zone filorusse di Crimea e Donbass. L’alleanza si basava sostanzialmente sui tre pilastri: Mogilevich, il boss ucraino ai vertici della mafia russa, l’appoggio di Vladimir Putin e quello di Dmytro Firtash. Quest’ultimo era l’intermediario tra il governo ucraino, Gazprom e il primo ministro ucraino Viktor Janukovyč, in carica dal 2002 al 2007, poi rieletto dal 2010 al 2014).
Nel 2009 ufficiali del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina (SBU) fecero un’indagine sull’appropriazione indebita di 6,3 miliardi di metri cubi di gas naturale, accusando Naftogaz. L’alleanza mafiosa sotto il potere della Solncevskaja bratva non garantiva solo la distribuzione dei dividendi della RosUkrEnergo ma, rubando il gas in transito attraverso l’Ucraina verso altri Paesi permetteva alle varie bratva mafiose di venderlo di contrabbando alle società di importazione gas di mezzo mondo. Guadagnavano dal gas legale e dal gas rubato, che andava a carico dei contribuenti ucraini.
LONDONGRAD
L’influenza russa, nei circoli del potere, rappresenta la nuova normalità. Lo ha messo nero su bianco un’indagine parlamentare dove si legge: «Ci sono tantissimi russi con legami molto stretti con Vladimir Putin che sono molto integrati nella società e nell’imprenditoria britanniche e accettati in virtù della loro ricchezza». Sono arrivati, per non andarsene più, al collasso dell’Unione sovietica, con miliardi da investire. Uno dei fili più preoccupanti tra gli oligarchi e il Regno Unito passa dal partito al governo. È di provenienza russa un decimo delle donazioni private incamerate dai conservatori. Si tratta di 1,93 milioni di sterline su una raccolta di 20 milioni all’anno.
Una delle tattiche per comprarsi una patente di rispettabilità è la filantropia. Sciacquare denaro sporco, o di dubbia provenienza nel Tamigi ha finanziato alcune delle più antiche istituzioni culturali inglesi, dalla Royal Society of Arts ai musei e gli atenei più prestigiosi. Nella capitale britannica i soldi illeciti si mescolano con quelli puliti. E il cuore di questo sistema è l'area di Londra dove si concentrano i servizi finanziari e dove lavorano ogni giorno oltre 400mila persone. La più grande lavanderia mondiale di denaro sporco ha l'aspetto tranquillizzante degli edifici della City. Secondo la National Crime Agency, l'agenzia contro il crimine organizzato del Regno Unito, ogni anno in Gran Bretagna vengono riciclati tra 36 e 90 miliardi di sterline.
La gran parte di questi soldi approdano a Londra, dove vengono investiti nell'industria finanziaria o nel mercato immobiliare delle abitazioni di lusso, sempre più fiorente. L'ultima conferma del ruolo di Londra come porto sicuro del riciclaggio internazionale è il caso rivelato dall'organizzazione non governativa OCCRP e dal giornale russo Novaya Gazeta. Tra il 2010 e il 2014 almeno 20 miliardi di dollari sono stati riciclati a Londra attraverso grandi banche internazionali, una cifra che secondo gli investigatori britannici potrebbe arrivare a 80 miliardi di dollari. I soldi, frutto di tangenti e corruzione, confluivano nelle banche londinesi provenienti dalla Russia dopo essere transitati per la Moldova e la Lettonia.

A Londra operano più banche straniere di qualsiasi altro centro finanziario. Nella gestione di asset, il Regno Unito è la seconda piazza più importante del mondo, ed il primo centro finanziario europeo per la gestione di hedge fund e di private equity. È il più grande centro assicurativo d'Europa e il terzo nel mondo. Qui si concentra il 37% di tutti gli scambi in valute del mondo. A Londra sono scambiati più dollari che in tutti gli Stati Uniti. Da questo punto di vista la City non ha concorrenti. Ed ecco perché così tanti soldi illeciti arrivano qui. A garantire la sua espansione è stata certamente una regolamentazione molto blanda ma anche un sistema fiscale che ha favorito i grandi capitali e i ricchi stranieri.
Nel 1914 fu introdotta la norma che consentiva agli stranieri residenti non domiciliati nel Regno Unito di non pagare le imposte sui redditi percepiti a livello mondiale, e di essere tassati solo sui redditi guadagnati in Gran Bretagna. Così oggi il proprietario di un fondo d'investimento o di un hedge fund non domiciliato può fare in modo che il suo reddito venga registrato contabilmente al di fuori della Gran Bretagna, e non versare neppure una sterlina di tasse. Ecco perché Londra è diventata il rifugio fiscale di uomini d'affari, banchieri, finanzieri e milionari di mezzo mondo. Quasi 400 società quotate al London Stock Exchange sono domiciliate in paradisi fiscali legati alla Gran Bretagna. Londra è un grande hub delle giurisdizioni offshore, al centro di una ragnatela di paradisi fiscali composta da 3 Dipendenze della Corona e da 14 Territori d'oltremare, 6 dei quali sono riconosciuti paradisi fiscali.
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