È stata la mano di Dio: l'ultimo regalo di Paolo Sorrentino
- Giosuè di Palo

- 29 gen 2022
- Tempo di lettura: 3 min
A cura di Giosuè di Palo

Da poco uscita nelle sale e dal 15 dicembre in streaming online su Netflix, “È stata la mano di Dio” è l’ultima opera cinematografica del regista Paolo Sorrentino. La pellicola, presentata in concorso alla 78esima mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, si è già aggiudicata il Leone d’Argento e rappresenterà l’Italia ai prossimi Oscar 2022 nella sezione Miglior Film Internazionale.
Sorrentino apre le porte della sua vita e, per la prima volta nella sua carriera, realizza un’opera semplice, essenziale e che arriva dritta al cuore facendo a meno di tutto, lasciando spazio solo ed esclusivamente alle emozioni. Lo stesso regista, nell’intervista rilasciata all’interno del libro “Non avremo un altro D10S” dedicato anch’esso a Maradona, ha dichiarato:
"Se è vero che tutta la mia vita da adulto è stata preparatoria a La grande bellezza, tutto ciò che ho vissuto da bambino e da ragazzo è stato propedeutico a È stata la mano di Dio"
La storia è pressoché a tutti già conosciuta ed è quella di Fabietto, alter ego del regista, nella Napoli degli anni Ottanta che si prepara ad accogliere il mito Diego Armando Maradona; Una figura, quella di Diego, che non vediamo mai concretamente, tranne che per una “apparizione”, ma che percepiamo nell’aria e osserviamo tramite le partite trasmesse nei televisori.
La pellicola può essere suddivisa in due fasi : un prima e un dopo. Nella prima parte si viene immersi nella vita scatenata, spassosa e folcloristica della famiglia Schisa, rappresentata alla perfezione da Teresa Saponangelo e Toni Servillo che interpretano i genitori di Fabietto/Paolo (un sorprendente Filippo Scotti). La narrazione, poi, precipita in un vortice di sofferenza quando Fabietto ed i fratelli scoprono di essere rimasti orfani e di dover fare i conti con una realtà devastante.
Fra atmosfere Felliniane ed apparizioni esoteriche, Sorrentino mette in scena la complessità della vita e la difficoltà dell’elaborazione del lutto : un processo personale, introspettivo e che non può essere compreso se non da chi, quel dolore, l’ha vissuto in prima persona. Ecco il perché delle numerose scene in cui familiari di Fabietto lo incoraggiano, spesso con insistenza, a piangere per i suoi genitori. Ed ecco spiegato come mai i suoi compagni di classe, quando Fabietto si sfoga e si lascia andare ad un pianto liberatorio, indietreggiano e lo guardano con aria stranita.

Verso la fine il regista Antonio Capuano, di fronte al golfo di Napoli, domanda a Fabietto: ”A tien' 'na cosa 'a raccuntà?". Ed è da quel momento in poi che il film non è più autobiografia, ma racconto collettivo. Lo spettatore non può fare a meno di pensare a se stesso, alla propria vita e a ripetersi in mente la stessa domanda.
Il film è, paradossalmente rispetto agli eventi raccontati, un inno alla vita, alla speranza e alla perseveranza. Aiuta a comprendere come anche dalle difficoltà e dai traumi più devastanti si possa rinascere. E a farlo con umiltà e coraggio.
Come fa Fabietto quando, durante la scena finale, prende il treno alla volta di Roma per rincorrere il suo sogno. Durante la cerimonia di premiazione a Venezia, Paolo Sorrentino ha ringraziato, con affetto e commozione, i genitori, i fratelli, Maradona, sua moglie ed i suoi figli. Ed ha raccontato che:
“Il giorno del funerale dei miei genitori, il preside della mia scuola mandò solo quattro dei miei compagni di classe e io ci rimasi malissimo. Ma ora questo non ha più importanza, perché stasera è venuta tutta la classe: siete voi".
E, di fronte a queste parole, non si può fare altro che pensare: "che grande regalo ci ha fatto la mano di Dio!"
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