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Idee impopolari e popoli senza ideali

A cura di Roberto Sgambati


Idee impopolari e popoli senza ideali, chiasmo e chiasso allo stesso tempo, iconografia della condizione culturale italiana. Una mossa critica alla condizione culturale popolare deve essere mossa da un profondo senso di responsabilità. La critica non è distruzione di ciò che abbiamo; spesso in Italia essa viene interpretata con pregiudizio, a scapito di una scarsa capacità di costruire e di muoversi in un senso più fondato dal punto di vista culturale.


La critica è costruzione di nuove idee, talvolta di un paese migliore. Oggi molti sono abituati ad assumere posizioni sociali, culturali o politiche che conformino, senza pensare a costruire. L’italiano medio considera la critica e la denuncia come minacce, quasi come destabilizzassero la sua sicurezza e la sua convinzione d’essere cittadino di un paese sano; così, a causa di un processo fisiologico, il prodotto, che sia esso cinematografico, musicale, o più in generale artistico, nato con l’obiettivo di soddisfare un’esigenza impopolare o di costituire un megafono per i problemi di pochi, tutto d’un tratto diventa grido collettivo, cui si aderisce per mero conformismo. Ed ecco come un fenomeno, dall’essere strumento di rottura, supportato da pochi, diventa un prodotto di tutti, un mero prodotto per il mercato. E questo è proprio il caso del fenomeno “Gomorra”, serie televisiva tratta dall’omonimo e noto romanzo di Roberto Saviano, di cui, nel 2008 Matteo Garrone fece anche un film.


“Gomorra la serie”, prodotta da Cattleya con la regia di Stefano Sollima, vedrà la luce nel 2014. L’obiettivo degli autori è quello di raccontare le vicissitudini, attraverso la profonda faida e i continui spargimenti di sangue, dei clan egemoni sul territorio campano. Ciò che realizza la produzione Sky è di fatto la rappresentazione dell’escalation di potere che effettua oggi l’organizzazione criminale e in particolare il percorso evolutivo delle cosiddette mafie 2.0, a partire dallo spaccio e dalla delinquenza spicciola, presente nella narrazione delle prime stagioni della serie, fino ad assumere la forma di vera e propria holding operativa sul mercato transnazionale, capace di costruire attorno a sé una rete di rapporti commerciali e finanziari in grado di ripulire il capitale illecito grazie alle “lavatrici” che offre il mercato, per poi rimettere questi nell’economia pulita.


Ed è in effetti qui il punto del discorso: l’idea sembra essere genuina fin quando rimane dominio di una cerchia ristretta. Il rischio emerge, quindi, nel momento esatto in cui questa diventa sentimento popolare: a questo punto, infatti, l’oggetto della critica, della denuncia, da idea si trasforma in prodotto di tutti, capace di far notizia e di cui ognuno che ne sia in possesso può fare l’uso che preferisce. Ed ecco che l’idea impopolare diventa di un popolo senza ideali, che si aggrappa ad essa, talvolta senza nemmeno conoscerne il senso profondo, finendo così per strumentalizzarla come un chewing-gum da masticare fino a perderne il sapore, il cui destino coincide con il più degradante dei finali: essere sputata ove capiti, magari calpestata da chiunque vi passi su.


Tutto questo è ciò che in effetti è successo a “Gomorra”: nascere come denuncia per il bisogno di pochi di voler riscattare la propria terra, far luce sull’oscurità del male che in essa viene perpetuato da decenni per assecondare il profondo desiderio di una utopica rifondazione immunizzante, e finire per essere considerato un modello criminale, superficiale e allo stesso tempo lode alla violenza, nonché prodotto mainstream, commerciale e chi più ne ha più ne metta. Ma in questo caso la lettura è solo una, perché un prodotto artistico, se può essere definito tale, non nasce con l’intento d’esser venduto, bensì con un fine ben più nobile: quello d’essere rappresentazione genuina di una determinata realtà, in ogni sua forma possibile. “Gomorra” avrebbe potuto avere ben altre sorti se non fosse stato sfruttato, oltre che come narrazione di una determinata condizione sociale e territoriale, ovvero il suo intento iniziale, anche come prodotto da piazzare sul mercato, da vendere al ribasso, come un panino della più nota catena americana di fast food, accessibile a tutti, ma non per questo il panino migliore che ci sia perché, per quanto possa essere campione di incassi, non è essere un ristorante stellato la sua aspirazione.


È proprio questo il danno, e allo stesso tempo la beffa, che la comunità, cui inizialmente doveva rivolgersi il fenomeno Gomorra, quella più sussidiaria e territoriale piuttosto che mondiale, paga: l’essere diventata prodotto di tutti, capace d’esser memoriale di una realtà verosimile, che tornando alla analogia su esposta, andrebbe masticata e valutata da chi ne abbia i requisiti, e non da chiunque sia nella disponibilità di acquistare un pasto preconfezionato a buon mercato. Un prodotto richiesto più del previsto, finisce così per veder inflazionato il proprio valore, monetario ed etico, nonché sociale, culturale e pedagogico. I propositi di Roberto Saviano, quando scrisse il suo romanzo, non erano certamente questi. Ma è proprio lì, dove il genio e l’impegno civico hanno incontrato la televisione con i suoi generosi compensi, che si è consumata la fine di “Gomorra”, più di un fenomeno di denuncia, di un libro, di un film, di una serie televisiva, direi proprio un’idea impopolare in pasto ad un popolo senza ideali.


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