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Foibe: storia di un orrore negato

A cura di Andrea Castaldo


Con il termine foibe, pozzi naturali o minerari tipici del territorio istriano, vogliamo riferirci al massacro di circa 5mila italiani, purtroppo il numero preciso non si saprà mai. È difficile comprendere le reali dimensioni del fenomeno, le vittime ritenute collaborazionisti, fascisti e nazisti, erano in molti casi semplici contadini. Tali violenze sono state compiute durante la Seconda guerra mondiale e nell’immediato secondo dopoguerra da parte dei partigiani comunisti jugoslavi di Tito e prendono il nome da una formazione tipica del Carso, una specie di grotta sinuosa, naturale o artificiale, che da una piccola apertura in superficie sprofonda per decine di metri nel sottosuolo. In queste fosse, i partigiani gettarono i corpi di centinaia delle loro vittime. Ma la maggior parte delle morti avvennero nei campi di prigionia, a causa della fame, della malattia o della brutalità dei carcerieri.


Dopo i massacri, circa 300mila italiani, un vero e proprio esodo, lasciarono per sempre l’Istria, la Dalmazia, Fiume e gli altri territori assegnati alla Jugoslavia.

È necessario parlarne, mantenerne vivo il ricordo, discuterne, in quanto per lungo tempo, troppi anni, non si è mai parlato di tali nefandezze. Infatti, nel corso della Prima Repubblica, a nessuna forza politica conveniva parlarne, tantomeno al Partito Comunista Italiano.


Josip Broz Tito, dittatore jugolsavo, (1982 - 1980)

Dagli anni ’80 le cose sono per fortuna cambiate, alle lacune lasciate e create dalla politica hanno supplito gli storici. Molti documenti dell’epoca andarono distrutti, molti altri, conservati a Belgrado, non sono mai stati resi accessibili. Grazie all’impegno dei familiari delle vittime la loro memoria è giunta però sino ai giorni nostri. Proprio grazie al ricordo di una familiare possiamo al meglio comprendere cosa è successo.









Una bambina con il vestitino a quadretti rosa e gialli, i calzini dal risvolto di pizzo, i sandaletti bianchi e una piccola valigia con la scritta «Esule Guliana n°30001», riferito al numero degli italiani residenti a Pola. Il fotografo ha fermato in quell’attimo, 6 luglio 1946, la fine del piccolo mondo di Egea Haffner, 4 anni, che lasciava la sua terra, Pola, la casa e tutto ciò che conosceva per fuggire altrove. Quella foto, ripresa in una mostra del Museo della Guerra di Rovereto, è diventata virale in rete, simbolo dell’esodo giuliano-dalmata, del dramma delle foibe e del Giorno del Ricordo.”

Dopo circa 80 anni dopo, Egea Haffner, che oggi vive a Rovereto, ha deciso di raccontare la sua storia di esule al tempo delle foibe alla scrittrice Alvisi, ne è nato il libro “La bambina con la valigia”.


«Nella mia memoria c’è l’eco di un ricordo lontano. Sei ripetizioni, un lamento prolungato che metteva in moto l’intera Pola e le campane delle chiese che suonavano esortando i ritardatari: correte, correte sembravano urlare - racconta Egea Haffner nel libro -. In quell’ululare di sirene, campane e fragore di esplosioni appariva mio padre, come per magia. Eccolo lì che mi afferrava al volo e iniziava a correre. Per me era un gioco, avevo tre anni e mi rannicchiavo nel suo abbraccio sicuro...».

Di lì a poco quel papà amatissimo, prelevato da casa di notte, verrà ucciso dai titini jugoslavi e gettato nelle foibe. Un dramma che condannò la piccola Egea e i suoi parenti alla fuga e all’esilio.


«Come mio padre, furono molte le persone prelevate dai titini e scomparse nel nulla. Come noi, molte famiglie non ebbero diritto alla verità. Il numero preciso non fu mai calcolato. Per i titini tutti gli italiani erano fascisti, anche se spesso quelli gettati nelle foibe erano semplici cittadini o anche partigiani antifascisti che avevano combattuto contro i tedeschi. L’unica loro colpa era di essere italiani».

Probabilmente, più che una vera e propria pulizia etnica, tali violenze e massacri furono il frutto di anni di oppressione del popolo jugoslavo da parte del nazi-fascismo; più che sterminare gli italiani i partigiani comunisti di Tito volevano vendicarsi dei fascisti e dei nazisti ed eliminare ovviamente qualsiasi potenziale forma di opposizione al loro nuovo futuro regime. Come anzidetto la vicenda non è facile, è complessa, e suscita ancora oggi passioni molto forti. Molto probabilmente il tutto inizia nell’aprile del 1941, quando l’Italia fascista insieme alla Germania nazista invase la Jugoslavia. L’occupazione fu brutale e si calcola che circa un milione di persone, circa la metà civili, morirono nei combattimenti, nelle rappresaglie e negli scontri tra i vari gruppi di partigiani e miliziani jugoslavi, questi ultimi spesso appoggiati dai nazifascisti.


Negli ultimi anni della guerra, i partigiani jugoslavi guidati dal leader comunista Tito riconquistarono il territorio perso e arrivarono ad occupare anche i territori abitati da popolazioni miste, italiane e slave, che fino allo scoppio della guerra appartenevano all’Italia. Ci furono brutali rappresaglie e violenze. I corpi di centinaia di persone, spesso ex militari, funzionari del governo italiano o del partito fascista, ma anche civili slavi considerati collaborazionisti, furono gettati nelle miniere e nei pozzi naturali tipici di quel territorio, le foibe, appunto. Abbiamo quindi un episodio di violenza politico militare con circa 4 o 5mila persone uccise perché identificate come nemici politici o militari di chi ha assunto il controllo di un territorio. Sulla base della documentazione e dei contributi che storici croati, italiani e sloveni hanno prodotto nell’ultimo ventennio, si può sintetizzare il massacro delle foibe istriane in questi termini.



Nella situazione di vuoto di potere si assiste parallelamente all’occupazione di cittadine e villaggi da parte dei partigiani iugoslavi, con rivolte popolari caratterizzate da violenze contadine contro i proprietari terrieri. L’anelito a lungo compresso alla libertà e il desiderio di vendetta per le sofferenze e i soprusi patiti da una popolazione che nell’entroterra è a maggioranza slava favoriscono l’intreccio tra spinte nazionalistiche e tendenze rivoluzionarie, tra il desiderio di cacciare gli invasori italiani e la volontà di eliminare la borghesia e far trionfare un progetto socialista.


La violenza si manifesta, inizialmente, contro gerarchi e funzionari civili e militari del governo fascista, ma anche contro possidenti e notabili che rappresentano, agli occhi degli insorti, gli elementi della minoranza nazionale italiana che hanno collaborato a opprimere la maggioranza croata e slovena della popolazione. A uomini del Partito fascista si affiancano soldati e ufficiali della Milizia, funzionari statali di vario grado, proprietari terrieri, farmacisti, insegnanti, commercianti.


Al di là delle uccisioni maggiormente “spontanee”, quelle stabilite dal Tribunale rivoluzionario giudicarono e giustiziarono gli arrestati sulla base del loro essere “nemici del popolo”, una categoria abbastanza ampia in cui far confluire non solo fascisti e collaboratori del regime ma chiunque non si schierasse apertamente con l’esercito partigiano. L’esercizio della violenza diventava anche per numerosi combattenti una sorta di sfogo della pressione a lungo accumulata.


Ancora, nel maggio del 1945, con la liberazione di Trieste, il sentimento dominante degli sloveni triestini e anche dei croati dell’Istria, nel momento in cui le truppe dell’esercito jugoslavo di liberazione avevano fatto il loro ingresso nella città il 1° maggio è di una effettiva liberazione, dopo i decenni di dominazione fascista e nazista, della possibilità di affermare i propri ideali “nazionali” non solo senza timore ma con la garanzia di ritrovarli in primo piano nella gerarchia di valori del nuovo potere. Era un sentimento che spingeva alcuni a intrecciare la gioia e la speranza con la volontà di vendetta e con una sospirata resa dei conti, con la possibilità di eliminare fascismo e capitalismo.


È su questo complesso sfondo nel quale le aspirazioni alla liberazione e quelle di una radicale trasformazione sociale si intrecciano con i progetti egemonici del nuovo stato comunista che Tito sta costruendo in Jugoslavia che vanno lette anche le drammatiche vicende dell’esodo degli italiani dall’Istria e dalla Dalmazia che avrebbe costituito tra il 1947 e il 1956 un’altra pagina dimenticata e rimossa del lungo dopoguerra sul confine orientale.

Ciò non toglie che in molti casi di persecuzione e di espropri coatti si trattò, che decimarono la popolazione italiana di quelle zone costringendola ad un esodo che aveva anche il l’amaro sapore dell’esilio: se ne andarono circa 250/300 mila persone e oggi gli italiani rimasi soprattutto in Istria sono poco più di 20.000.





Il dramma è che se ne andarono con il marchio di fascisti, e con lo stesso marchio vennero accolti anche in Italia, soprattutto dal Partito Comunista Italiano che li condannò per non aver aderito al sogno del socialismo e di essere portatori di una ideologia nazionalista e reazionaria. Su questi italiani “a metà” soggetti a numerose tribolazioni venne poi steso un velo di oblio.


Nel 2004 l’allora governo Berlusconi decide di istituire una Giornata del ricordo delle vittime delle foibe, fissata il 10 febbraio, pochi giorni dopo la Giornata della Memoria delle vittime dell’Olocausto, introdotta per legge nel 2000. Da allora, il ricordo e di quegli eventi è diventato parte integrante della memoria ufficiale italiana, celebrata da capi di stato e di governo, da partiti di destra e di sinistra. Parliamo della Legge n. 30 marzo 2004, n. 92 “Istituzione del «Giorno del ricordo» in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati” pubblicata nella G.U. n. 86 del 13 aprile 2004. L’art. 1 così recita: “La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale «Giorno del ricordo» al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.”


Qual è, infatti, la particolarità dell’orrore delle foibe? Diciamolo: è che un “crimine comunista” del passato, di 70 anni fa – un orrore della Seconda guerra mondiale – abbia prolungato la sua ombra sinistra nei 70 anni di vita democratica del paese. Silenzio e rimozione sulle foibe – in nessuna altra parte del mondo democratico questo è successo – significano una conclusione amara: il comunismo realizzato, la sua storia controversa, hanno goduto in Italia di un trattamento speciale, particolare, privilegiato. Fondato non tanto sulla rimozione di una pagina tra le più oscure della guerra mondiale. Ma sul fatto che tale rimozione abbia attraversato, pressoché intoccata, 70 anni di storia repubblicana.” - Umberto Minopoli

La tragedia delle foibe e il dramma dell’esodo dalla regione giuliano-dalmata rappresentano un pezzo fondamentale della storia italiana. Oggi conoscere la storia diventa indispensabile per superare la rimozione di quella vicenda dolorosa, per ristabilire la verità sui fatti manipolati dall’ideologia e per riconoscere l’orrore provocato dal mix esplosivo di comunismo e nazionalismo nel cosiddetto “confine orientale”. La ferita non ancora cicatrizzata nella memoria ci aiuta a ricordare la sofferenza le vittime e ad apprezzare il ruolo dell’Europa per l’unità di popoli un tempo in conflitto.


Nessuno potrà sentirsi al sicuro finché ogni essere umano non verrà rispettato nella sua interezza. È con la cultura del ricordo, dello studio e del rispetto che potremo costruire un futuro senza discriminazioni. Italiani fino all’ultimo respiro per amor patrio.


Urlavano Italia, e caddero. Bruciavano di dolore, e caddero. Indifesi e soli, svanirono in infernali voragini.” -Ermanno Eandi

Per approfondire il tema:

- E allora le foibe? di Eric Gobetti, Laterza, 2021;

- Foibe di Raoul Pupo e Roberto Spazzali, Mondadori, 2003;

- Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell’Istria di Gianni Oliva, Mondadori, 2017;

- Italiani due volte. Dalle foibe all'esodo: una ferita aperta della storia italiana di Dino Messina, Solferino, 2019;

- La bambina con la valigia. Il mio viaggio tra i ricordi di esule al tempo delle foibe di Egea Haffner, Gigliola Alvisi, Piemme, 2022;

-https://perfondazione.eu/quaderni/le-foibe-e-lesodo-la-memoria-delleuropa-oltre-i-nazionalismi-e-le-ideologie/


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