La società delle performance
- Giosuè di Palo

- 12 feb 2022
- Tempo di lettura: 3 min
A cura di Giosuè di Palo

“Scegli un lavoro che ami, e non dovrai lavorare neppure un giorno in vita tua.” - Confucio
Il lavoro è un diritto costituzionalmente garantito e protetto.
L’articolo 4 della costituzione afferma che “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo tale diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”
Il lavoro viene visto, quindi, come caratteristica essenziale dell’individuo. Del resto, passiamo la maggior parte della nostra vita a svolgere un mestiere. E la scelta di tale attività è essenziale affinché il nostro tempo non venga impiegato in qualcosa di cui non si è perfettamente sicuri e consapevoli.
C’è però da dire che spesso, sommersi di responsabilità siamo costretti a vedere, nella scelta dell’università da intraprendere, quasi una lotta fra la vita e la frustrazione eterna. Quasi come se scegliere l’università non in base ad un folle amore per la materia, ma per un semplice gioco ad esclusione, delegittimi l’importanza che diamo a quella scelta.
L’errore viene visto come una sconfitta. Cambiare idea un’opzione spesso sacrificabile. “Ormai siamo in gioco, giochiamo”. È realmente questo l’obiettivo da perseguire?
Secondo i dati ISTAT del 2017 ogni anno sono circa 4mila i suicidi registrati, di cui 500 compiuti da under 34. Segno dell’enorme disagio sociale che le nuove generazioni sono “chiamate” a dover affrontare. Molti di questi sono studenti universitari, ragazze e ragazzi, che vivono nella quotidianità la costante ed incessante corsa alla laurea.
Bocciature, esami rinunciati o non andati come previsto, cambi di rotta sono solo alcuni dei possibili scenari che si presentano nella vita di ognuno di noi. La corazza da indossare per non farsi sopraffare da queste difficoltà è per alcuni insufficiente rispetto al carico emotivo che si portano dietro. Sono tanti i casi di giovani universitari che arrivano addirittura ad inventare presunte feste di laurea per rendere contenti i genitori ed illudere sé stessi. Molto spesso, però, questi castelli di menzogne crollano e con loro anche le vite dei ragazzi. Tragedie più o meno prevedibili che lasciano attorno il vuoto e l’impossibilità, spesso, di riconoscerne la reale matrice.
È per gli esami arretrati? C’era un disagio sociale preesistente? Come mai non sono riuscito a coglierlo prima? Questi e altri i dubbi di familiari, amici e persone che orbitano attorno a queste vite spezzate e che si trovano, spesso, con il nulla tra le mani.
Sicuramente, in questo, i social e alcuni titoli di giornali non aiutano. Quante volte leggiamo titoli sensazionalistici di geni o presunti tali laureati col massimo dei voti, prima del previsto, o con doppie, triple lauree. Quante volte ci lasciamo sopraffare dal senso di colpa di non essere riusciti in qualcosa. Quante volte mostriamo agli altri, tramite gli schermi dei telefoni, vite apparentemente perfette eppure così distanti dalla realtà.

Il mondo in cui viviamo può essere definito come “società della performance”. Una società che richiede costantemente opinioni e pareri su tutto. Una società che ha paura del silenzio e che fugge nell’ostentazione e nello storytelling. Raccontarsi oggi significa dare spazio alla massima creatività e all’invenzione di un avatar da “lanciare sul mercato” più che a raccontarsi in modo sincero.
Ecco, la sincerità. Questo dovrebbe essere un valore cardine della nostra società. Più di ogni altra cosa. E raccontarsi in modo sincero sicuramente aiuterebbe a contrastare quella frattura apparentemente inconciliabile che separa il reale dall’immaginario.
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